Rapporto Gimbe: 5,8 milioni di italiani rinunciano a visite ed esami, la salute dipende sempre più da reddito e residenza

Il Servizio sanitario nazionale garantisce ancora buoni esiti di salute, ma ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo. È la sintesi del 9° Rapporto della Fondazione Gimbe, presentato il 7 ottobre alla Camera dei Deputati.
Ad aprire i lavori è stato il presidente Nino Cartabellotta: “Il SSN continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo.
Il sottofinanziamento strutturale, le diseguaglianze territoriali e sociali e la profonda crisi del personale stanno progressivamente erodendo i princìpi di universalità, uguaglianza ed equità.
Queste criticità non cancellano il diritto alla tutela della salute, ma ne compromettono l’effettiva esigibilità, sempre più condizionata dal CAP di residenza e dalle condizioni economiche: oggi chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a visite ed esami”.

I numeri spiegano perché. Tra il 2023 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è cresciuto di 17,5 miliardi, ma è scesa la quota di Pil che gli viene destinata: se il rapporto fosse rimasto quello del 2022, il Ssn avrebbe avuto a disposizione 18,8 miliardi in più.
“Il finanziamento nominale è certamente aumentato – spiega Cartabellotta – ma si è ridotta la quota di ricchezza nazionale destinata al SSN.
È il fenomeno dei “tagli invisibili”: non tagli nominali, ma risorse inferiori rispetto a quelle che il SSN avrebbe ricevuto mantenendo invariato il rapporto FSN/PIL del 2022″.

Il Documento programmatico di finanza pubblica non inverte la rotta: nel triennio 2027-2029 la forbice tra spesa prevista e finanziamento vale 32,3 miliardi cumulati.
“Poiché spetta allo Stato garantire il finanziamento dei LEA – osserva Cartabellotta – il nodo è capire con quali risorse verrà colmato questo divario.
In assenza di ulteriori stanziamenti, ricadrà interamente sui bilanci delle Regioni, che per mantenere i conti in ordine avranno due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi.
In entrambi i casi, il costo ricadrà ancora una volta sui cittadini”.

Sul piano dell’accesso alle cure, nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione contro il 7,6% dell’anno precedente, hanno rinunciato ad almeno una visita o un esame: circa 4 milioni per i tempi d’attesa, 3,1 milioni per motivi economici.
Nel 2025 la spesa a carico delle famiglie ha raggiunto i 42,4 miliardi, mentre cresce quella intermediata da fondi e assicurazioni, con le polizze sanitarie volontarie in aumento del 12,7%.
“Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie – afferma Cartabellotta – è in gioco la tenuta del patto sociale.
Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute”.
E sulla sanità integrativa: “Se il servizio pubblico arretra – puntualizza – fondi e assicurazioni rischiano di diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura.
Servono regole, trasparenza e vigilanza affinché la sanità integrativa completi le tutele del SSN, senza sostituirle né ampliare le diseguaglianze”.

Pesa poi la crisi del personale. La spesa per il personale è scesa dal 39,7% al 36,9% della spesa pubblica, 36,8 miliardi in meno rispetto a quanto sarebbe stato con la quota del 2012.
Un medico su quattro e un infermiere su cinque, tra quelli censiti dall’Ocse, non lavorano nel Ssn.
Sul territorio la Fondazione stima al 1° gennaio 2025 un deficit di 5.716 medici di medicina generale e di 497 pediatri di libera scelta.
“Il capitale umano è indispensabile per trasformare le risorse in assistenza – spiega Cartabellotta – ma il SSN ha perso attrattività: i professionisti non si trattengono con gli appelli.
Servono retribuzioni competitive, condizioni di lavoro compatibili con la vita privata e prospettive di carriera”.

Tra le note positive, 18 Regioni e Province autonome su 21 risultano adempienti ai Lea nel 2024, contro 13 nel 2023, e dal 30 ottobre entreranno in vigore i Lea aggiornati.
“Finalmente – commenta Cartabellotta – dal 30 ottobre 2026 saranno in vigore i LEA aggiornati, dopo un’attesa di quasi 10 anni. Tuttavia, inserire una nuova prestazione nei LEA non equivale a renderla accessibile a tutti: bisogna garantire che le Regioni siano effettivamente in grado di erogarla in modo tempestivo e uniforme”.

Alla politica la Fondazione consegna un Piano di rilancio in 16 linee di intervento. “Nel 2027 – spiega il Presidente – il Piano di Rilancio sarà il nostro riferimento per analizzare i programmi sulla sanità di tutte le forze politiche alle prossime elezioni.
Perché i cittadini hanno il diritto di conoscere azioni e omissioni della politica nella tutela della loro salute”. Per Cartabellotta, rilanciare il Ssn è un imperativo etico: “la salute non è un privilegio riservato a chi può permetterselo, ma un diritto costituzionale che deve essere garantito a tutti”.

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