Carenze croniche di farmaci, un’emergenza silenziosa

Il 96% dei Paesi europei ha segnalato carenze di medicinali nel corso del 2025. È quanto emerge dal PGEU Medicine Shortages Report 2025, pubblicato dalla Pharmaceutical Group of the European Union sulla base di un’indagine condotta tra gennaio e febbraio 2026 su 27 Paesi EU e EFTA. Il dato è quasi identico a quello degli ultimi sette anni: il problema non è più un’emergenza episodica, ma una realtà strutturale con cui le farmacie di comunità convivono quotidianamente.

Il dato forse più allarmante per chi lavora in farmacia riguarda il tempo sottratto all’attività ordinaria. Nel 2025, ogni farmacia dedica in media circa 12 ore settimanali alla gestione delle mancanze di medicinali — più del doppio delle 5,3 ore registrate nel 2021 e superiori alle 10,6 ore del 2024. In alcuni Paesi vengono segnalati casi estremi che superano le 30-40 ore settimanali. In pratica, i farmacisti europei perdono l’equivalente di una intera giornata lavorativa ogni settimana solo per tamponare i buchi del sistema.
L’81% dei Paesi segnala un aumento dei carichi amministrativi e altrettanti denunciano perdite economiche legate al tempo investito nel reperire alternative.
A queste si aggiungono perdite dirette per variazioni nei rimborsi (48%) e aumenti dei costi di approvvigionamento (41%).

Per la prima volta nella storia del sondaggio PGEU, il fattore più frequentemente segnalato dalle farmacie non è il peso finanziario né quello amministrativo, ma la riduzione della fiducia dei pazienti (85% dei Paesi).
Questo rappresenta un cambio di paradigma significativo: la carenza di farmaci non viene più percepita solo come un problema logistico, ma come un’erosione della credibilità dell’intero sistema sanitario.
A livello di impatto sui pazienti, tutti i Paesi rispondenti — nessuno escluso — segnalano disagio e difficoltà. L’89% riporta interruzioni delle terapie, il 59% segnala trattamenti subottimali e un aumento dei costi a carico del paziente.
Il 44% collega le carenze a errori di terapia conseguenti al cambio forzato di medicinale, e il 33% a eventi avversi o maggiore tossicità.

Le classi terapeutiche più frequentemente in carenza includono i medicinali per il sistema nervoso (85% dei Paesi), quelli per il tratto alimentare e il metabolismo (85%), i cardiovascolari e gli antinfettivi (entrambi all’81%) e i farmaci oncologici (81%).
Tra i medicinali specifici più citati figurano insuline, agonisti del recettore GLP-1, antibiotici, antipsicotici e farmaci per l’ADHD.
In almeno un Paese membro, il 36,7% di tutte le carenze riguardava medicinali inclusi nella Lista dell’Unione dei Farmaci Critici: la criticità istituzionale, dunque, non protegge dalla carenza.

Il rapporto mette in luce una forte disomogeneità tra i Paesi europei rispetto agli strumenti legali a disposizione delle farmacie. Lo strumento più diffuso rimane la sostituzione con il generico (93%), seguito dalla preparazione di farmaci galenici (70%).
Tuttavia, solo il 15% dei Paesi consente la sostituzione terapeutica — cioè il passaggio a un principio attivo diverso ma clinicamente appropriato — e anche in questi casi quasi sempre richiede protocolli pre-approvati con i medici prescrittori.
In molti Paesi, anche le operazioni più semplici (come importare il medicinale da un altro Stato UE o approvvigionarsi da fonti alternative) richiedono autorizzazioni temporanee o il coinvolgimento del prescrittore, rallentando l’intervento del farmacista in momenti in cui la rapidità è fondamentale.
Solo il 30% dei Paesi ha esteso nell’ultimo anno le competenze legali dei farmacisti per fronteggiare le carenze. La risposta normativa, conclude il rapporto, non tiene il passo con la persistenza del problema.

Sul fronte della governance, i progressi ci sono ma restano insufficienti. Il 74% dei Paesi dispone di un sistema di segnalazione delle carenze accessibile ai farmacisti (era il 64% nel 2024), ma solo nell’11% la notifica è obbligatoria.
In appena 5 Paesi (19%) la segnalazione è integrata nel software gestionale della farmacia; negli altri si ricorre prevalentemente a email, telefono o portali web dedicati.
Il 33% dei Paesi non dispone ancora di alcun sistema predittivo, e il 26% ne ha uno ancora in fase di sviluppo. L’Europa, in sintesi, continua a gestire le carenze dopo che si verificano, anziché anticiparle.

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