Diabete di tipo 1, a Bergamo il farmaco che ferma l’orologio della malattia

Non guarisce il diabete di tipo 1, ma ne sposta il confine. Ritarda il momento in cui la malattia si manifesta, guadagnando tempo prezioso — in media due anni — per i pazienti ad alto rischio. Si chiama Teplizumab, è un anticorpo monoclonale approvato a gennaio 2026 dall’Agenzia europea del farmaco EMA, e all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è stato somministrato per la prima volta a un paziente adulto in Italia: una donna di 34 anni, in condizione di prediabete, con un profilo di rischio elevato per lo sviluppo della malattia.
Il trattamento, durato 14 giorni di infusione endovenosa con monitoraggio clinico quotidiano, è stato ben tollerato. Alcuni lievi effetti collaterali — già noti dalla letteratura scientifica — non hanno impedito alla paziente di essere dimessa in buone condizioni.
Nei prossimi mesi seguiranno controlli periodici per valutare l’efficacia della terapia nel rallentare la progressione verso il diabete conclamato.

Come funziona e perché è importante
Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune: il sistema immunitario attacca per errore le cellule beta del pancreas, quelle responsabili della produzione di insulina.
Questo processo distruttivo comincia mesi, a volte anni, prima che compaiano i sintomi. Quando la diagnosi arriva, una parte significativa del danno è già avvenuta.
Teplizumab interviene proprio in questa finestra silenziosa. Il farmaco agisce sui linfociti T, riducendone l’aggressività verso le cellule pancreatiche e rallentando così la loro distruzione.
Il risultato, dimostrato da studi clinici internazionali, è un ritardo medio di circa due anni nell’esordio clinico della malattia. Non è una cura, ma è qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava impossibile: modificare la storia naturale del diabete di tipo 1.
Il farmaco era già stato approvato nel 2022 dalla FDA americana. Il via libera europeo è arrivato a inizio 2026. In Italia, in attesa dell’autorizzazione definitiva di AIFA, il trattamento è disponibile dal fine 2024 per pazienti selezionati — quelli in stadio 2 del prediabete, con almeno due anticorpi anti-beta cellula positivi — su indicazione dello specialista e previa approvazione di un Comitato etico.

“Una diabetologia orientata alla prevenzione”
Il trattamento bergamasco è stato eseguito sotto la supervisione del diabetologo Nicolò Borella, con il supporto della Medicina interna diretta da Roberta Caldara e dell’équipe del Day Hospital di Diabetologia.
A guidare l’unità è il professor Roberto Trevisan, che inquadra l’episodio in una prospettiva più ampia: “L’introduzione di terapie immunomodulanti segna un cambiamento significativo nella prevenzione del diabete di tipo 1. Questa esperienza ci consente di strutturare modelli assistenziali replicabili anche in ambito adulto”.
Le parole di Trevisan indicano una direzione precisa: non più solo gestione della malattia conclamata, ma intercettazione precoce del rischio. Una diabetologia che guarda a monte, prima ancora che la patologia si installi.

Il futuro è pediatrico
Se il caso della trentaquattrenne rappresenta un primato nel trattamento degli adulti, il potenziale più rilevante di questa terapia si gioca sul fronte pediatrico. Ritardare anche solo di qualche anno l’insulino-dipendenza in un bambino significa molto più che guadagnare tempo: significa permettergli di crescere con una seppur ridotta funzionalità pancreatica residua, ridurre le complicanze croniche legate alle alterazioni glicemiche prolungate, e — non da ultimo — arrivare alla gestione dell’insulina in un’età in cui si è più consapevoli e capaci di usare i dispositivi moderni, compresi i sistemi di pancreas artificiale.
In questa direzione va anche la legge 130 del 2023, che prevede l’attivazione di un Piano nazionale di screening per identificare precocemente i soggetti a rischio di diabete di tipo 1 in determinate fasce d’età. Le categorie più vulnerabili includono chi soffre di altre malattie autoimmuni — celiachia, tiroidite, artrite idiopatica giovanile, psoriasi, vitiligine — e chi ha familiarità per diabete di tipo 1 o per patologie autoimmuni in generale.
“La vocazione pediatrica del nostro centro”, ha dichiarato il Direttore generale dell’ASST Francesco Locati, “permetterà di estendere in prospettiva ai bambini, come già fatto in pochi altri centri in Italia, questa proposta terapeutica per la gestione precoce della malattia”.

Un farmaco che non guarisce, ma che cambia le regole del gioco. E un ospedale che, nel silenzio di una corsia di day hospital, ha aperto una porta che difficilmente si richiuderà.

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