Violenza di genere, le farmacie palermitane in prima linea

C’è una donna — chiamiamola Elsa, perché il suo vero nome deve restare protetto — che oggi lavora in una farmacia italiana. Ha un lavoro, ha una casa, ha ritrovato se stessa.
Qualche anno fa, invece, era prigioniera. Di un uomo, di una paura, di un silenzio che sembrava non avere fine. A spezzare quel silenzio è stata una farmacista.
Elsa ha raccontato la sua storia il 16 maggio scorso a Palermo, a margine del corso per farmacisti “Parole non dette“, organizzato da Federfarma Palermo e “Farmaciste Insieme” nell’ambito del Progetto Mimosa.
Lo ha fatto davanti a una troupe di Sky TG24, lei che vive in una località segreta, protetta. Lo ha fatto perché altre donne sapessero che esiste una via d’uscita — e che può iniziare proprio da una farmacia.
“Credevo di aver conosciuto un uomo gentile e amorevole”, ha spiegato. “Poi si è rivelato possessivo, geloso. Dopo le offese e le minacce è passato ai comportamenti violenti. Dopo l’ultimo grave episodio ho capito che era arrivato il momento di fare qualcosa per me stessa.”

Chi conosce le dinamiche della violenza di genere sa che l’isolamento è uno degli strumenti di controllo più potenti. Il partner violento limita i contatti, sorveglia gli spostamenti, decide chi si può vedere e quando.
Eppure c’è un posto dove anche l’uomo più possessivo, in genere, non si oppone. “La farmacia è forse l’unico luogo nel quale il partner violento consente alla donna di recarsi da sola”, spiega Roberto Tobia, presidente di Federfarma Palermo.
“Qui trova nel farmacista un confessore, in grado di ascoltare, capire, incoraggiare e mettere in contatto con i servizi di assistenza.”

È esattamente quello che è successo a Elsa: la farmacista l’ha accolta, ha chiamato il numero antiviolenza e stalking 1522, e ha messo in moto un percorso che le ha restituito la vita. “Ho riacquistato me stessa e la voglia di vivere”, ha detto.
“E, ironia della sorte, grazie all’associazione che gestisce i centri antiviolenza e a Farmaciste Insieme ho trovato lavoro proprio in una farmacia.”
Riconoscere una vittima di violenza, però, non è semplice. Non arriva con lividi visibili o con una richiesta esplicita di aiuto. Arriva con un disagio difficile da leggere, una frase lasciata a metà, uno sguardo che evita il contatto.
Arriva in silenzio, perché il silenzio è ciò che ha imparato a praticare. È per questo che il corso del 16 maggio non è stato un convegno teorico, ma un laboratorio pratico. Farmacisti e psicologi hanno lavorato insieme su casi reali, simulato situazioni, definito comportamenti.
“Abbiamo creato gruppi che con gli psicologi hanno preso in esame casi concreti e fatto prove pratiche”, spiega Licia Pennino, delegata regionale di Farmaciste Insieme.
Il risultato è un protocollo con segnali convenzionali: codici che una donna può usare senza parlare, senza rischiare che un eventuale accompagnatore capisca cosa sta chiedendo.
Perché, come osserva Pennino con pragmatismo, “in farmacia non si può dire ‘Voglio una pizza’”, come avviene in altri protocolli già rodati altrove.

Il Progetto Mimosa ha costruito attorno a questo una rete concreta tra farmacie, ASP, centri antiviolenza, forze dell’ordine e magistratura.
Al corso sono intervenuti psicologi dell’ASP, il presidente dell’Ordine dei Medici Toti Amato — che ha ricordato come le conseguenze fisiche e psicologiche della violenza possano emergere anche molto tempo dopo i fatti — la sostituta procuratrice generale Annamaria Picozzi e il comandante del Nucleo operativo dei Carabinieri di Palermo Gianluca Verdolino. Parole che, per molti farmacisti presenti, hanno avuto il peso specifico della realtà vissuta sul campo.
A completare gli strumenti a disposizione, due app gratuite — FreeBees e Bright Sky — che permettono di denunciare in forma anonima direttamente dal cellulare.

Essere un riferimento per una donna in pericolo non significa essere uno psicologo né un investigatore. Significa essere presenti e attenti, sapere che il 1522 esiste e funziona, conoscere i protocolli e le reti alle quali agganciarsi.
E significa ricordare che quella donna che entra ogni settimana a comprare il suo farmaco abituale, quella che abbassa gli occhi quando le si risponde, quella che paga in fretta e non si ferma mai a chiacchierare, potrebbe essere lì anche per un altro motivo.
Forse sta aspettando solo che qualcuno lo capisca.

L’appello finale, Elsa lo ha rivolto direttamente alle donne che vivono la sua stessa situazione: “Vincete la paura della vendetta del violento e del giudizio della gente.
Decidete di fare anzitutto il vostro bene e trovate il coraggio di entrare in farmacia per segnalare la vostra situazione.” Ma tra le righe, quell’appello parla anche a chi sta dall’altra parte del bancone.

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