Licenziata dalla farmacia perché contesta misure anti Covid. Il giudice del lavoro: atto illegittimo, è diritto di critica

Era il marzo 2020, durante la prima ondata della pandemia, quando una dipendente di una farmacia di Arezzo non sentendosi abbastanza protetta dal rischio di contagio nel luogo di lavoro, esternò alla titolare i suoi dubbi sulle norme anti Covid chiedendo ulteriori misure, tra cui quella di operare a battenti chiusi.

“Non ci vuole un gran cervello per fare le cose autonomamente come operare a battenti chiusi…”, aveva affermato la dipendente di fronte a titolare, collaboratori e clienti.

Ma quelle esternazioni le sono costate il licenziamento dalla farmacia, dopo 15 anni di attività con contratto a tempo indeterminato.

Ora il giudice del lavoro di Arezzo, Giorgio Rispoli, con sentenza dello scorso 27 aprile, ha accolto il ricorso presentato dalla donna contro il drastico provvedimento e lo ha dichiarato illegittimo.

“Non è giusta causa ma esercizio del diritto di critica”, stabilisce la sentenza che impone alla titolare della farmacia, non il reintegro ma il pagamento di sei mensilità, più tre di mancato preavviso e le spese di lite.

Inoltre, a parere del giudice del lavoro “le espressioni attribuite nella lettera di contestazione non sono idonee a determinare una lesione del vincolo fiduciario in essere nei confronti del datore di lavoro”.

La sentenza riporta il concetto per il quale “ogni cittadino ha il diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto o ogni altro mezzo di diffusione”, secondo quanto stabilito dall’art. 21 della Costituzione.

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