Carenza di Calcio e Vitamina D nei pazienti Covid

La vitamina D, ormone fondamentale per la salute delle ossa con azione immuno-modulatrice di rilevanza, nel contesto pandemico Covid-19, è al centro di un intenso dibattito sia scientifico che divulgativo.
L’ipovitaminosi D è nota essere una condizione di elevata prevalenza, soprattutto tra i soggetti anziani solitamente più a rischio per un esito infausto da COVID-19, ma questa corrispondenza è casuale o esiste una relazione?

Il potenziale impatto negativo dell’ipovitaminosi D sull’incidenza dell’infezione da SARS-CoV-2 e sulla prognosi del COVID-19, sta chiaramente emergendo dalla recente letteratura medica. Tuttavia, mancano ad oggi chiare linee guida e raccomandazioni su come trattare e gestire il rapporto Vitamina D (VITD) e COVID-19.

Il Panel voluto dal Glucocorticoid Induced Osteoporosis Skeletal Endocrinology Group (G.I.O.S.E.G.), ritiene che il ruolo principale della VITD sia quello di garantire alla popolazione ad alto rischio di ipovitaminosi D e di malattia respiratoria in corso di COVID-19, un livello adeguato di Vitamina D, in considerazione del beneficio delle azioni protettive sull’osso e immunomodulatorie di questo ormone.

Il Professor Andrea Giustina Presidente GIOSEG e Direttore dell’Istituto di Scienze Endocrine e Metaboliche dell’Universita’Vita-Salute San Raffaele di Milano, spiega come esistano evidenze che la VITD potrebbe svolgere azioni anche nel sistema immunitario innato o acquisito: “Numerosi studi clinici hanno rivelato associazioni tra deficit di Vitamina D e accresciuto rischio infettivo, soprattutto del tratto respiratorio superiore.
Per questi motivi si osserva una crescente attenzione alla possibile correlazione tra i livelli di VITD e le infezioni da SARS-CoV-2 e, quindi, alla possibile utilità della supplementazione di VITD per la prevenzione e la terapia del COVID-19 specialmente nella popolazione anziana che è stata maggiormente colpita dal virus e dalle sue conseguenze. Non a caso l’incidenza e la prevalenza del deficit di VITD sono particolarmente rilevanti nella popolazione anziana e ancor più negli anziani istituzionalizzati in comunità, quali le RSA , e negli over 80, un gruppo particolarmente vulnerabile e in diversi paesi europei in questi sottogruppi i decessi per COVID-19 rappresentano dal 30 al 60% del totale dei morti per COVID-19”.

“Definire esattamente l’impatto della somministrazione di Vitamina D sul decorso di una infezione è complesso, anche se una recentissima meta analisi evidenzia come la supplementazione di Vitamina D possa prevenire le infezioni respiratorie acute” rimarca Giustina che riassume la posizione del Panel di esperti: “La letteratura disponibile suggerisce che somministrare un supplemento di VITD ai pazienti COVID-19 ospedalizzati e, in particolare in terapia intensiva, potrebbe dare risultati positivi, benché manchino ad oggi evidenze certe sull’efficacia degli interventi.

Livelli deficitari di VITD e soprattutto bassi livelli di calcio (ipocalciemia) sono stati descritti frequentemente anche in pazienti gravi per altre pandemie come, per esempio, Ebola nel 2016 e SARS nel 2003 e presente in circa l’80% dei pazienti ospedalizzati in Italia per SARS-COv-2. Inoltre, è stato osservato che più il livello del calcio è basso, peggiore è la prognosi.
L’associazione causa-effetto tra status vitaminico D, rischio di infezione da SARS-CoV-2 e gravità del COVID-19 non è stata ancora definitivamente stabilita; tuttavia essendo la carenza di vitamina D anche legata a comorbidità metaboliche ed età avanzata appare plausibile che possa giuocare un ruolo significativo nella spiegazione dell’elevato numero di decessi da COVID-19.

Alcuni studi pubblicati descrivono una certa associazione tra focolai della malattia e latitudine e, quindi, tra VITD e scarsa esposizione solare. E l’Italia, uno dei paesi europei con la più alta prevalenza di ipovitaminosi D, ha avuto la più alta prevalenza di infezioni da SARS-CoV-2 e di COVID-19, particolarmente nelle regioni del nord Italia.

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