Antibiotico-resistenza: Italia ultima tra i Paesi industrializzati

Prima edizione per un nuovo appuntamento dell’infettivologia: a Milano si è tenuto il Convegno ACTA Reboot – Attualità e Controversie in Terapia Antinfettiva.
Presieduto dal Prof. Paolo Bonfanti, dal Prof. Andrea Gori, dal Prof. Giuliano Rizzardini, l’iniziativa si è proposta come strumento innovativo dopo due anni e mezzo di pandemia.
Non è stato adottato un approccio monotematico, bensì si è sviluppata un’analisi a 360 gradi sulle malattie infettive. Particolare rilievo si è attribuito alle innovazioni, di cui i vaccini a mRna costituiscono uno degli esempi più nitidi, ma non l’unico.

Tra i temi di rilievo affrontati dal convegno ACTA Reboot, grande attenzione riservata all’antibiotico-resistenza, fenomeno emergente da alcuni anni, ma di cui si fatica a prendere consapevolezza. Come si evince dai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2050 sarà la prima causa di morte a livello globale, provocando 10 milioni di decessi. Negli ultimi anni, la questione si è manifestata in maniera preoccupante, soprattutto per la diffusione di ceppi resistenti negli ospedali.
Gli strumenti per far fronte a questa emergenza sono limitati: le infezioni spesso sono gravi e nei pazienti affetti più fragili possono essere letali.
L’arrivo di nuovi antibiotici può sopperire parzialmente all’aumento della resistenza batterica, ma è prioritario far sì che l’Italia si doti di strategie a lungo termine che possano contenere il fenomeno.

I dati presentati al Convegno, tratti da diversi studi nazionali e internazionali, hanno messo in luce diverse lacune da parte dell’Italia nell’affrontare l’antibiotico-resistenza con l’approccio necessario.
Lo stesso Piano Nazionale Contro l’Antibiotico-Resistenza è stato disatteso. “A livello globale, l’Italia ha caratteristiche analoghe a Paesi senza risorse economiche – ha sottolineato la Prof.ssa Evelina Tacconelli, Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Verona – Il documento ‘The State of the world’s antibiotics in 2021’ prodotto dalla CDDEP – Center for Disease Dynamics, Economics & Policy evidenzia come l’Italia sia collocata nella classifica che misura un indice di resistenza agli antibiotici nell’ultima posiziona tra gli high income country (peggio solo Spagna) e allo stesso livello di numerosi low-income country come Bosnia, Turchia, Sud Africa, Serbia e India”.

L’Italia è anche il Paese europeo dove è più facile ammalarsi di un’infezione resistente agli antibiotici e dove c’è il numero più elevato di decessi. Dati preoccupanti, che peraltro non tengono conto della elevata mortalità che si verifica anche subito dopo la dimissione del paziente dall’ospedale.
“Ho coordinato per l’OMS la produzione della lista dei batteri più aggressivi – evidenzia la Prof.ssa Evelina Tacconelli – I batteri da noi identificati come “critici” sono responsabili in Italia di 11mila morti in un anno su 33mila totali in Europa. L’Italia è la nazione con la più alta mortalità, seguita dalla Grecia.
I Paesi del Nord Europa presentano una mortalità molto limitata rispetto all’Italia (dati ECDC del gruppo di Cassini, pubblicati nel 2019). Per esempio, confrontando l’indice di resistenza della Germania con l’Italia per i batteri OMS critici che noi abbiamo identificato, si osserva un valore di 60 in Italia e 22 in Germania (più il valore è alto più il rischio è aumentato su 100)”.

In questa fase stiamo assistendo all’arrivo di nuovi antibiotici: negli ultimi cinque anni in Italia ne sono stati approvati cinque, un grande passo avanti rispetto a prima. Il problema è che questi antibiotici devono essere impiegati con cautela, servono quindi studi che garantiscano al paziente la migliore terapia possibile sulla base della propria malattia, evitando un utilizzo troppo elevato, che potrebbe sviluppare resistenze a breve termine anche con gli antibiotici più recenti.
“I nostri studi su un uso corretto degli antibiotici (stewardship degli antibiotici, progetto SAVE – Stewardship Antibiotica Verona) dimostrano che è possibile, anche in Italia, aumentare l’uso appropriato degli antibiotici e ridurre le resistenze – spiega la Prof.ssa Tacconelli – Dati di meta-analisi analizzati da noi e pubblicati dalla prestigiosa rivista Lancet Infectious Diseases dimostrano inoltre che l’introduzione della stewardship antibiotica riduce fino al 70% le infezioni resistenti agli antibiotici, soprattutto se coniugato con interventi per migliorare l’igiene degli ospedali ed il lavaggio delle mani degli operatori sanitari.
La sfida da affrontare a livello nazionale non è quindi limitata alla ricerca di nuovi antibiotici, ma soprattutto alla definizione di politiche di impiego che ne definiscano al dettaglio associazioni e somministrazioni”.

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