FIP promuove l’Italia sulla vaccinazione in farmacia, ma chiede più uniformità
Quando la Federazione farmaceutica mondiale pubblica un documento che analizza le pratiche di vaccinazione in farmacia in sette Paesi — Australia, Canada, Francia, Irlanda, Italia, Portogallo e Regno Unito — il risultato non è solo una fotografia dello stato dell’arte globale.
È anche uno specchio in cui il farmacista italiano può leggere, con una certa chiarezza, dove si trova davanti agli occhi di chi osserva dall’esterno.
Il report “Country case studies on pharmacy-based vaccination“, pubblicato dalla FIP nel 2026 con il contributo scientifico di Federfarma e la firma di Erminia Pietrobono come autrice del caso nazionale, costruisce la propria analisi su otto domini: quadro normativo, capacità della forza lavoro, requisiti formativi, finanziamento e rimborso, registri vaccinali, sistemi di qualità, strategie di implementazione, fattori abilitanti e barriere.
Su ognuno di questi assi, l’Italia ottiene un giudizio che merita di essere letto con attenzione, senza trionfalismi ma anche senza falsa modestia.
Il punto di partenza è la rete. Con oltre 20.000 farmacie aperte al pubblico e una distribuzione capillare che copre anche i comuni più piccoli, l’Italia dispone di un’infrastruttura di prossimità che pochissimi sistemi sanitari al mondo possono replicare.
Il report lo riconosce esplicitamente, collocando questo elemento tra i principali fattori abilitanti del modello. Non si tratta di un dato neutro: significa che il farmacista italiano opera già dentro un sistema in cui la vicinanza al paziente è strutturale, non conquistata caso per caso.
Sul fronte normativo, il percorso compiuto tra il 2021 e oggi è descritto come un caso di consolidamento progressivo: dal decreto-legge d’emergenza che ha autorizzato la somministrazione dei vaccini Covid-19 fino alla legge di semplificazione del 2025 e alla legge di bilancio 2026, che ha reso il servizio una componente permanente del SSN stanziando cinquanta milioni di euro dedicati. In termini comparativi, è un risultato che non molti Paesi analizzati hanno raggiunto con la stessa velocità.
I dati sull’attività concreta raccontano una storia coerente con questo quadro. Nel 2025 i farmacisti hanno somministrato quasi il 20% di tutti i vaccini erogati in Italia, con punte vicine al 30% per l’antinfluenzale e intorno al 50% per quelli anti-Covid.
Sono numeri che, letti accanto a quelli degli altri Paesi del report, posizionano l’Italia in una fascia alta — superata, in alcune metriche specifiche, solo da Portogallo e Inghilterra, entrambi con storie più lunghe di vaccinazione in farmacia.
Il Portogallo è in effetti il caso che il report descrive con la maggiore maturità operativa: oltre 7.700 farmacisti certificati, pari all’80% del totale, con un sistema di registrazione vaccinale in tempo reale e un’integrazione piena nelle campagne stagionali nazionali.
Nel 2024-2025, le farmacie portoghesi hanno gestito circa il 70% di tutti i vaccini somministrati agli adulti over 60, assorbendo una quota di domanda che altrimenti sarebbe ricaduta interamente sui centri sanitari pubblici.
È un modello che mostra dove può arrivare un sistema quando la vaccinazione in farmacia smette di essere considerata un’aggiunta e diventa un pilastro della strategia nazionale.
Il Canada, all’opposto, è il caso che il report tratta con maggiore cautela. La frammentazione tra province e territori — con regole, rimborsi e vaccini autorizzati che variano significativamente da una giurisdizione all’altra — produce un sistema che funziona bene in alcune aree e arranca in altre. L’assenza di un registro vaccinale nazionale unificato aggrava ulteriormente il quadro. È un avvertimento che, per chi legge dall’Italia, suona familiare: la regionalizzazione del servizio è anche qui uno dei nodi aperti più citati.
E infatti il report non risparmia le criticità italiane. La frammentazione regionale è descritta come il principale ostacolo strutturale: differenze nei sistemi di rimborso, nei livelli di digitalizzazione, nei meccanismi di raccordo con le ASL rendono il servizio disomogeneo tra nord e sud, tra regioni che hanno sviluppato modelli avanzati — Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana — e contesti ancora in fase di avvio. Il compenso di 6,16 euro per somministrazione, calcolato in emergenza e rimasto invariato, non copre i costi reali del servizio, penalizzando in particolare le farmacie più piccole. E la mancata interoperabilità in tempo reale con l’anagrafe vaccinale nazionale rimane un limite concreto alla qualità del dato raccolto.
Su questi tre punti — rimborso, digitalizzazione, uniformità regionale — il report FIP non offre soluzioni, ma fornisce un parametro di confronto utile.
Guardare come il Portogallo ha costruito un sistema di registrazione in tempo reale, o come l’Australia ha garantito un rimborso indicizzato annualmente, aiuta a capire che cosa è tecnicamente possibile e su quali leve si può agire.
Ciò che emerge, complessivamente, è un sistema italiano che ha compiuto un salto qualitativo reale in pochi anni, ma che porta ancora i segni della sua origine emergenziale.
Trasformare quella risposta rapida in un servizio stabile, equamente distribuito e sostenibile economicamente è il lavoro che resta da fare. Il report della FIP lo dice con il linguaggio sobrio dei documenti internazionali. Ma il senso è chiaro.