Obesità, gli esperti: “I farmaci funzionano solo con trattamento continuativo”

L’efficacia dei nuovi medicinali contro l’obesità si scontra con un dato allarmante: interrompere la cura significa vedere rapidamente svanire i risultati ottenuti.
Una ricerca dell’Università di Oxford, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica British Medical Journal, lancia l’allarme sul “rimbalzo” del peso corporeo una volta terminata l’assunzione degli agonisti del recettore GLP-1, i farmaci di nuova generazione come semaglutide e tirzepatide.
Lo studio, riportato dall’ANSA, che ha esaminato i dati provenienti da 37 ricerche scientifiche coinvolgendo oltre novemila persone, rivela dinamiche preoccupanti.
Chi interrompe questi trattamenti, seguiti mediamente per nove mesi, vede un aumento ponderale costante di quattrocento grammi mensili. Il risultato? Un ritorno completo al peso di partenza nell’arco di poco più di un anno e mezzo.
Ma non è solo una questione estetica. Gli indicatori di salute metabolica e cardiovascolareglicemia, colesterolo, trigliceridi e pressione arteriosa – regrediscono ancora più rapidamente, tornando ai livelli critici pre-trattamento in appena quattordici mesi.
Un aspetto che preoccupa particolarmente gli specialisti, considerando che metà dei pazienti abbandona spontaneamente la terapia entro il primo anno.
Andrea Giaccari, diabetologo alla Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, spiega il meccanismo: “Quando si perde peso con dieta e attività fisica non si smette da un giorno all’altro. Con il farmaco invece sì, e nel giro di un paio di settimane la fame torna come e più di prima”.
C’è un altro aspetto critico: durante il dimagrimento si perde anche massa muscolare, ma nel recupero ponderale si accumula esclusivamente grasso, più difficile da eliminare successivamente.
“Il farmaco deve essere un aiuto per cambiare il proprio rapporto con il cibo e il movimento”, precisa Giaccari. “Prima cosa, entrare in un percorso specialistico di miglioramento dello stile di vita. Non solo dieta, ma anche, o soprattutto, attività fisica.
Se questo non avviene, meglio non sospendere il farmaco”.
Silvio Buscemi, presidente della Società Italiana Obesità, ribadisce un concetto fondamentale: trattandosi di una patologia cronica, la terapia non può essere temporanea. Cicli brevi di sei mesi risultano inefficaci e rappresentano uno spreco di risorse.
In Italia la durata media è di appena quattro mesi, negli Stati Uniti si arriva a un anno, ma nessuna di queste tempistiche garantisce risultati duraturi.
Qi Sun, docente alla Harvard Medical School, conclude con un monito chiaro nel suo editoriale di accompagnamento: questi medicinali non rappresentano una soluzione magica.
Alimentazione corretta e vita attiva devono rimanere la base della lotta all’obesità, con i farmaci nel ruolo di supporto, non di sostituti.

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