Stem al femminile: l’Italia è terza in Europa ma rischia di perdere i suoi talenti
Il 40% dei laureati italiani in discipline scientifiche e Life Sciences è donna, una percentuale superiore a Francia, Germania e Spagna.
Eppure il gap tra formazione e mondo del lavoro costa 1,8 miliardi di euro. Farmindustria lancia l’allarme: “Serve una strategia per trattenere le competenze”
L’Italia ha un tesoro nascosto che rischia di disperdere. Nel Paese che spesso fatica a valorizzare il proprio capitale umano, i dati Eurostat rivelano una sorpresa: con il 40% di donne sul totale dei laureati in discipline STEM e Life Sciences, l’Italia si colloca nella Top 10 europea, superando realtà come Francia (35%), Germania (29%) e Spagna (28%), e battendo anche la media UE ferma al 34,6%.
Non solo. Il nostro Paese è il terzo nell’Unione Europea per numero complessivo di laureati in queste discipline strategiche, una doppia eccellenza – quantitativa e di genere – che però rischia di rimanere senza sbocchi concreti.
A lanciare l’allarme è Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria, in occasione della Settimana Italiana delle discipline STEM e della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella Scienza.
“Le Life Sciences sono uno dei motori più dinamici dell’economia, dell’innovazione e dell’occupazione. Ma per continuare a crescere e competere servono persone, competenze e un sistema capace di valorizzare i talenti“, sottolinea.
Il problema è il cosiddetto mismatch: il disallineamento tra le competenze che le imprese cercano e quelle che il sistema scolastico e universitario formano.
Nel comparto Life Sciences questo gap genera un costo di 1,8 miliardi di euro e l’88% delle aziende farmaceutiche fatica a reperire competenze tecniche, soft skills e competenze manageriali adeguate.
Un paradosso, se si considera che negli ultimi 20 anni i laureati STEM in Italia sono cresciuti del 57%. Il punto è che l’innovazione corre più veloce della formazione, e le trasformazioni dell’industria richiedono un salto di qualità che parte dai banchi di scuola.
Farmindustria e le imprese associate non stanno a guardare. L’Associazione ha messo in campo progetti concreti: dall’alternanza scuola-lavoro al Campus ITS Pharma Academy, che in 5 anni ha formato 250 giovani con il contributo diretto delle aziende, fino a oltre 50 collaborazioni con le università italiane.
Significativo anche il Protocollo siglato con il Ministero dell’Università e della Ricerca e la CRUI per rafforzare il modello di collaborazione pubblico-privato, puntando in particolare sulle discipline STEM attraverso la partecipazione delle imprese a master, dottorati industriali e didattica integrativa. I risultati si vedono: l’occupazione under 35 nelle aziende farmaceutiche è cresciuta del 21% in 5 anni.
Ma il confronto vero è su scala internazionale. “L’innovazione corre velocemente e gli equilibri mondiali stanno cambiando“, avverte Cattani. “Oggi la Cina avvia il 28% dei trial clinici globali, contro appena il 3% di 10 anni fa.
L’Europa deve recuperare terreno con politiche più attrattive e una visione industriale chiara”.
Il messaggio è netto: l’Italia ha i talenti, anche femminili, per competere. Ma serve una strategia integrata tra imprese, scuola, università e istituzioni per trattenerli, formarli e metterli nelle condizioni di contribuire all’innovazione del Paese.
Altrimenti, il rischio è vederli emigrare verso sistemi più attrattivi.